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groups: Introspezione

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Introspezione: Fermarsi e Pensare

"Introspezione"... una parola che certamente non rimanda subito all'idea di "gruppo"...
Mi piacerebbe vedere come tale "procedimento" possa portare a poetiche ed elaborati differenti a seconda del linguaggio con cui ciascun artista è abituato ad esprimersi...
Invito ad iscriversi al gruppo tutti coloro che, artisti e non, stanchi di correre e di non avere mai un momento per se stessi, ritengono l'introspezione necessaria per conoscersi meglio, per avere più coscienza di sé, in modo da potersi poi aprire al mondo, all'impegno sociale...
Spesso abbiamo paura di guardarci dentro, di scoprire mondi inesplorati che potrebbero anche spaventarci; è difficile e rischioso guardarsi dentro, non credo che tutti lo facciano (me compresa), almeno non profondamente. Così si corre il rischio di creare opere senz'anima.


Per quanto mi riguarda, questo procedimento mi ha portata ad esprimermi con una pittura fatta di frammenti, tagli, ingrandimenti (questo anche per la mia passione per la Biologia) e poi tagli e ricomposizioni… A giocare spesso, con ironia, con i miei “oggetti-soggetti”
Poi son sempre a far domande… come una bimba mi chiedo sempre il perché delle cose… mi piace guardare il mondo “al microscopio”, carpirne i segreti più profondi…


Qui si scarabocchia, si disegna, si pitta, si scrive... si pensa...
... pensa che ti ripensa...
... si "introspetta"...

... il tutto, ovviamente, senza fretta... :D


"Senza fretta" è il nostro motto, l'unica regola da rispettare... :-D



Riporto un passo tratto dalla mia tesi di laurea:

"L’idea è nata da un fatto personale: mi sono accorta di vivere la giornata senza dedicarmi un momento, sempre con l’orologio al polso [...]; ho percepito come tutto sia programmato, dall’orario di partenza all’orario di ritorno a casa, sempre di corsa, con i minuti contati per non perdere il treno.
La mia riflessione nasce così, da un rimprovero che io mi sono fatta: quello di non fermarmi mai, di non ritrovarmi sola con me stessa, cancellando la realtà che mi circonda, anche solo per un attimo. [...]
Così ho provato a fermarmi, a pensare, fissando un punto qualunque del contingente cancellando tutto ciò che è “intorno” ad esso. Questo porta a dipanare l’aggrovigliata matassa dell’interiorità, ad individuarne tutti i fili, a perdersi in un’analisi “labirintica”. La conseguenza è il dissolversi dell’io e della realtà che non è vista come un’entità autonoma da inventariare e da descrivere; anzi essa si presenta nel suo fluire, nel suo intimo, nel suo farsi, in quanto percepiamo la materia prima che la compone, non potendo essa assumere una sua forma definitiva (è, infatti, frantumata) in quanto l’accumulo dei ricordi e degli oggetti, dei colori e delle luci a posteriori su di essa proiettate non ne permettono la cristallizzazione e la completa ricostruzione.
Così l’armonia di un flauto andino (in “Armonia” [missing file: 80878] ), suonato da un uomo sulla metro, la si può risentire, o meglio, riascoltare col pensiero, fissando una sua parte, nell’analisi della forma e del materiale che lo costituisce. Quindi il pensiero non si perde nell’analizzare una molteplicità di oggetti; ma la mente si concentra su uno di essi, o addirittura, ed è meglio, su una loro parte. Insomma, quei frammenti di canne legate tra loro da fili di cotone colorati non sono frutto di virtuosismo pittorico (perché non penso di averne), né sono un rifarsi puro e semplice ad un iperrealismo esasperato, ma stanno a rappresentare, per sineddoche, tutto il flauto andino, tutta la melodia che da esso si genera.
Così da una meditazione silenziosa possono nascere anche i suoni e i colori, e gli oggetti sembrarci tanto vicini e reali da poterli toccare. È quello che succede nei sogni: la mente crea e tutti i nostri sensi vengono messi in azione. È la forza del pensiero. Fermarsi a pensare per poter materializzare, o meglio, per veder materializzati, come in un sogno, i frutti del pensiero.
Come per il flauto andino, anche quel pollice, in “Pensare” [missing file: 79362] , sta a rappresentare, per sineddoche, la persona nella sua interezza, come avveniva presso gli antichi romani. Quando uno di loro moriva sul campo di battaglia o in un paese straniero, prima di abbandonare il suo corpo, gli si tagliava un dito, che veniva riportato nel luogo nativo per fare gli stessi funerali che si sarebbero fatti al corpo intero. Con questa digressione, un po’ macabra forse, voglio dire che la persona che non ha il tempo di pensare può essere paragonata ad un corpo senza vita, perché pensare significa essere. E quel vaso vuoto? Non necessariamente è vuoto! Possiamo immaginarlo pieno di qualsiasi cosa, usando un po’ di fantasia. Pensarlo vuoto significa non pensare. A Sparta, durante i funerali del re, le donne per le vie della città percuotevano delle pignatte vuote, a significare che la città, priva del suo re, non aveva animo, era disanimata. Quindi il vaso è emblema dell’animo e, se l’animo è vuoto,... Così chi vede il vaso vuoto è come se vedesse il dito tagliato e la mano senza pollice è simbolo di inabilità alla battaglia. Chi, invece, vede nel vaso tante cose vede il dito come parte del tutto, insomma, si è fermato a pensare.
[...] credo di poter dire che la crisi dell’uomo contemporaneo è dovuta proprio allo stress, causato dalla spirale produttivistica di una società come l’attuale. L’analisi di questa “malattia” sembra dover escludere la possibilità di entusiasmi, di speranza. L’unica alternativa non è sul piano storico-sociale, ma su quello individuale: è nell’acquisizione della coscienza, nella consapevolezza della condizione umana. L’unica età dell’oro possibile sulla terra è quella dell’uomo che accetta la sua precarietà e il condizionamento prepotente della vita. Tolleranza, autocoscienza e ironia sono le “medicine” possibili, a portata di mano, per “guarirci” [...].
[missing file: 80880] L’ironia sta nel fermarsi a giocare con un vasetto che diventa cornucopia, simbolo di abbondanza, dal quale escono confetti colorati (al cioccolato!) rossi e gialli che nascondono un significato simbolico nella loro forma ovoidale (più evidente in quello al centro del quadro, che è, inoltre, quello meglio “messo a fuoco”): l’uovo significa fertilità. Il pensiero, il fermarsi a pensare, è abbondanza di soluzioni vitali, è fertilità, ricchezza, perché è materia prima per la creazione, o meglio, perché è spirito vitale che crea, che dà l’idea.”

" Da "Aspetti e particolari della pittura figurativa contemporanea", Silvia Vari




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