Thursday December 4, 2008
Quello che vi propongo è un articolo in chiave ironica, pubblicato in una rivista di alpinismo molti anni fa. I contenuti sono un po' datati, pero l'articolo ebbe successo.
Buona lettura :-)
CONSIGLI DI GUIDA: come riconoscere gli automobilisti potenzialmente pericolosi
La maggior parte dei frequentatori della montagna ha già imparato, a volte a proprie spese, che il momento più pericoloso della giornata passata in montagna non è certamente l'escursione, la gita di sci alpinismo o l'arrampicato ma, incredibile a dirsi, l'avvicinamento in auto per raggiungere le località alpine.
Ovviamente il rischio d'incidente d'auto sarà tanto più basso quanto più alta sarà la nostra esperienza di guida; fino ad un certo punto però, in quanto la situazione pericolosa può essere innescata da chi ci precede o ci segue.
Scopo di questo articolo, anche se in chiave un po' burlesca (ma purtroppo vera!), è fornire ai nostri soci dei consigli in base ai quali poter riconoscere il potenziale autista pericoloso, in relazione al tipo di vettura o di personalizzazione alla quale ha sottoposto la propria auto.
Innanzi tutto le principale caratteristiche che contraddistinguono l'automobilista pericoloso, che in seguito definiremo per comodità imbranato, sono; il colore dell'auto; il modello; il tipo di personalizzazione; le caratteristiche personali dell'autista (somatiche, genetiche, culturali, sessuali e sociali).
COLORE
Verdolini e celestini; sono ì colori generalmente più utilizzati nella fabbricazione dei sanitari (i cessi per intenderci) e risultano già degli ottimi campanelli d'allarme per l'individuazione a prima vista dell'imbranato; d'altronde da chi per la propria auto sceglie lo stesso colore del suo gabinetto non ci si può aspettare molto.
Rosso e nero; sono colori sportivi ed aggressivi; non individuano automobilisti imbranati ma individui frustrati che potrebbero decidere di eseguire un sorpasso anche senza visibilità o con fondo ghiacciato; ovviamente questi colori da soli hanno poco significato, tranne quando sono abbinati, per esempio, ad una Golf, in questo caso è meglio tenere d'occhio l'auto e fargli strada al minimo accenno di sorpasso.
Metallizzati; caratterizzano in linea di massima gli autisti più sicuri e più portati per la guida di autoveicoli.
Tutti gli altri colori; niente di particolare da segnalare.
MODELLO
Qui la questione si complica un po' in quanto al giorno d'oggi ci sono tantissimi modelli; una volta era più semplice riconoscere gli imbranati, questi sceglievano quasi esclusivamente le famose NSU Prinz, le prime FORD Escort e OPEL Kadett, terribili se poi venivano abbinate al colore verde. Per comodità verranno elencate tutte le principali case automobilistiche e per ognuna di esse saranno menzionati i soli modelli prediletti dagli imbranati (sono escluse dall'elenco case particolari quali Ferrari, Maserati, Aston Martin, ecc., le case poco diffuse come quelle giapponesi o le case che non hanno modelli significativi);
ALFA ROMEO: da sempre ha caratterizzato una clientela sportiva tranne che nella scelta dei modelli con motorizzazioni sottodimensionate, come ad esempio la Giulietta 1300 e I'Alfetta 1600, o nel caso dell'Arna, infelice parto da madre italiana con padre giapponese.
AUSTIN: (per fortuna non ci sono più) da segnalare quasi tutti i modelli, in particolare l'Allegro (che non aveva niente da ridere), la Maestro (che non aveva niente da insegnare) e la Montego (una sorta di Maestro con la coda) della quale si salvava solo il modello MG Turbo, tra l'altro senza intercooler.
BMW: si può ancora incappare in qualche modello 518, pesantissima vettura di quasi 1500 chili mossa da un misero 1800 di soli 90 cavalli; attenzione poi che queste vetture sono ingovernabili su ghiaccio o neve e pertanto aspettatevi pure d'essere investiti se le incrociate lungo un tornante.
CITROEN: nei nuovi modelli non c'è niente di anormale, mentre tra quelli vecchi si possono segnalare le Visa, la LNA, le GS, in particolare il modello mosso dal 1015 di cilindrata, le AXEL 11 R e la BX con motorizzazione da cc 1100.
FIAT: tralasciando i modelli storici, 500 compresa, a contraddistinguere gli imbranati rimangono le Panda 30 e le Panda 750; le nuove 500 con qualunque motorizzazione; le 127 e le 128 che ancora imperversano nelle nostre strade; la UNO con la coda, ossia la terribile ed orrenda DUNA; realizzata anche in versione "Panorama"; la Tipo con motorizzazione 1100; mentre tra le ammiraglie troviamo i modelli sottodimensionati e sottopotenziati, quali I'Argenta 1600, la Croma 1600 e 2000 CHT.
FORD: tralasciando anche qui i modelli storici che offrivano agli imbranati un'ampia possibilità di scelta, basti pensare alle prime versioni di Escort e Fiesta, alle Capri che a malapena tenevano sull'asfalto asciutto o alle assetatissime Granada, come modelli per imbranato rimangono le ancora recenti Sierra, esclusi i modelli dal 1800 in su, e le Scorpio, eredi delle Granada.
INNOCENTI: è una Casa appartenente al Gruppo FIAT e fondata con lo scopo di riciclare i modelli dismessi dalla Casa Madre. Attualmente I'Innocenti ripropone, sotto il falso nome di Elba, niente po' po' di meno che la Duna S.W.; attenzione, quindi, un suo incontro potrebbe risultare pericoloso.
KIA: niente da segnalare tranne il nome del modello prodotto (Sephia) che potrebbe attirare qualche pescatore chioggiotto.
LADA: tipico prodotto per imbranati realizzato a bassissimo prezzo.
LANCIA: se da una parte la Lancia ha prodotto le migliori ammiraglie italiane, dall'altra è riuscita a saturare la nicchia di mercato riguardante i pensionati benestanti; basti pensare a tutti i modelli di Beta (esclusa la Montecarlo), di Delta (esclusi I modelli Turbo e Rally), di Prisma e Dedra; si salvano solamente le ammiraglie quali le Gamma, le Thema e le nuove Kappa.
MERCEDES: i modelli più costosi sono anche i più sicuri, ma solo per il fatto che chi li possiede può permettersi anche l'autista personale; tra i modelli normali prestare qualche attenzione alle 200 E, è la stessa nicchia di mercato delle Lancia; da dire, però, che questi modelli sono molto diffusi tra tassisti e rappresentanti, persone che hanno una grande esperienza di guida ma anche il piede un po' troppo pesante sull'acceleratore.
MOSKVICH: è una casa sovietica ormai da anni uscita dall'Italia; nonostante i prezzi incredibilmente bassi ne sono stati venduti pochissimi esemplari, acquistati principalmente da irriducibili imbranati o ,da nostalgici funzionari di partito.
NISSAN: niente da segnalare, tranne il fatto che la Orietta ne ha acquistata una.
OPEL: tra i modelli preferiti dagli imbranati (vecchie Kadett a parte) troviamo le vecchie versioni della Corsa, in particolare il modello a tre volumi (TR), la Corsa con la coda per intenderci, realizzata con l'intento di penetrare la stessa nicchia di mercato della FIAT Duna, prudenza quindi!
PEUGEOT: altra casa divenuta famosa, in passato, per la realizzazione di modelli per imbranati e particolarmente sgraziati nella linea; quasi tutti i modelli erano caratterizzati dalla coda leggermente tronca e spiovente, ricordando vagamente il posteriore della "Jena Ridens". Negli ultimi anni, però, la casa francese ha fatto passi da gigante per rimuovere l'infamia, rinnovando progressivamente tutti i modelli.
Da segnalare lo scarso successo avuto nelle concessionarie chioggiotte a causa dell'infelice nome che dialettalmente assume il significato di "peggiore".
RENAULT: valgono le stesse considerazioni fatte per la sorella francese Peugeot; attenzione alle ormai estinte Renault 5 Base, 6, 12, 14, 16 e 18 (modello turbo compreso).
SIMCA-SUMBEAM-TALBOT: sono tutte case (fortunatamente estinte) strettamente imparentate tra di loro e specializzate nella produzione di macchine per imbranati; basti pensare alle vecchie Simca 1000, alle Horizon, alle Solara o alle Samba; unica eccezione una versione di Sumbeam che al posto del misero 900 cc montava un cattivissimo 2200 Lotus da corsa.
SEAT: di peggio non potevano fare! Si pensi alla "Fura" (ex FIAT 127), alla "Ronda" (ex Ritmo) ed alla "Marbella" (ex Panda); una versione di quest'ultima montava addirittura il vecchio motore ad aste e bilancieri della, ormai sepolta e dimenticata, FIAT 850; il modello di "Marbella" ancora in listino monta il motore, ugualmente obsoleto, delle prime FIAT 127. Incontrare una di queste vetture è comunque un fatto raro, i loro proprietari, particolarmente negati per la guida, sono già andati quasi tutti a schiantarsi da qualche parte con le loro auto. Si ringrazi la Volkswagen che, mossa a compassione, sta rinnovando tutti i modelli dotandoli della migliore tecnologia e meccanica tedesca.
SKODA: altro prodotto per imbranati proveniente dall'Est Europa; attualmente la casa è entrata a far parte del Gruppo Volkswagen, fatto che indirizzerà gli inetti verso altre marche, ad esempio la "Innocenti".
VOLKSWAGEN: prestare attenzione solamente alle Polo ed alla versione della Golf equipaggiata con il motore da cc 1050.
VOLVO: attenzione ai vecchi modelli 340 e 360.
PERSONALIZZAZIONI
Vi sono due tipi di personalizzazioni, quelle che comportano un miglioramento funzionale dell'auto (pneumatici migliori di quelli montati di serie, foderine e tappetini per non sporcare o consumare gli interni, impianto stereo, ammortizzatori da competizione, ecc.) e quelle che non hanno uno scopo razionale, tranne quello dì distinguere il proprio mezzo da quello degli altri (e la propria inferiorità mentale), "marcando il proprio territorio" con gli oggetti più svariati; lo fanno anche certe bestie, salvo che queste usano generalmente la propria urina. In particolare troviamo;
Adesivi: sui finestrini riducono la visuale, pertanto è da stolti applicarli; nelle altri parti dell'auto dipende dal tipo di adesivo, si segnalano quelli raffiguranti i passi di montagna, quello dell'AVIS, dell'AIDO ed il SOS (è una croce bianca su fondo azzurro e con la scritta SOS nel mezzo, nel caso d'incidente grave i soccorritori, ammesso che lo sappiano, dovrebbero portare con loro, insieme al medico, anche un sacerdote); un caso particolare è raffigurato dalla bandiera italiana incollata alla rovescia, cioè con il rosso a sinistra invece che a destra, povera Italia! C'è infine qualche frustrato che applica scritte tipo "TURBO" o "16 VALVOLE", nella speranza che la propria auto corra un po' più forte.
Specchietti retrovisori esterni: nelle macchine moderne sono disposti orizzontalmente, ma nelle altre auto, chi non sa guidare, li posiziona verticalmente. Antiturbo: sono degli affari di plastica, ingombranti, antiestetici e che rovinano l'aerodinamica dell'auto.
Spoiler, minigonne, paraspruzzi, ecc.: in genere sono accessori utili su macchine da rally o da corsa ma possono tornare utili per dare quel tocco di aggressività al povero automobilista complessato; non è raro trovare utilitarie con gli spoilerini sul tergicristallo posteriore, come se in retromarcia potessero fare i 200 all'ora.
Messa a terra: è quel coso metallico a forma di fulmine che serve per scaricare a terra l'elettricità statica. In realtà, in caso di temporale, l'auto, non più isolata dal suolo, potrebbe attirare su di se qualche fulmine; fatto che invece non succede sulle auto prive di questo aggeggio (si comportano come una gabbia di Faraday).
Oggettistica varia; la cosa importante è che siano oggetti inutili, come ad esempio i cuscini con i colori della squadra di calcio; i cani di plastica con la testa pendula (non si usano più); la manina applicata con la ventosa e che fa ciao; crocifissi, rosari, corna e spicchi d'aglio sullo specchietto retrovisore interno; pupazzi pelosi, anche di grosse dimensioni; coperte in materiale sintetico.
Bagagliera: va montata solo quando serve, in tutti gli altri casi è un inutile impiccio, rumoroso, antiestetico e che fa consumare più benzina.
CARATTERISTICHE DELL'AUTOMOBILISTA
Sesso: il grande dilemma! Sono più bravi gli uomini o le donne? In realtà non si tratta di bravura, ma di caratteristiche psicologiche diverse. I maschi, in particolare quando sono giovani, hanno l'esigenza di esprimere la propria virilità dimostrando di essere più bravi degli altri; fumando, esibendo i muscoli, mostrando coraggio o sicurezza e, purtroppo, scambiando la strada per una pista da rally. Le femmine, invece, non hanno di queste preoccupazioni e quindi la loro guida risulta meno pericolosa; la situazione potrebbe capovolgersi nelle condizioni di guida più estreme; neve abbondante, sterrato impegnativo, guadi, ecc.
Abbigliamento: il cappello in testa per gli uomini, o il fazzoletto per le donne, sono indice di grave inettitudine alla guida. Le cause sono da ricollegarsi a profonda insicurezza ed al fatto di considerare la propria auto come un mezzo estraneo o alieno.
Calvizie: in genere gli uomini che iniziano a perdere i capelli a partire dalla nuca (chierica) sono meno portati alla guida rispetto agli altri; se poi hanno anche le "orecchie a sventola", sono proprio negati.
Religiosi: vi sono sostanziali differenze tra preti e suore. I sacerdoti sono veloci nella guida, forse sperano nella protezione divina, mentre le religiose corrono invece inspiegabilmente troppo piano.
Cultura: anche qui vi sono differenze; spesso i peggiori automobilisti sono laureati in materie letterarie ed umanistiche.
Discotecari: in realtà non sono degli inetti alla guida, se volessero saprebbero guidare anche bene, ma chiunque, dopo una nottata in discoteca e imbottito di alcool e magari di droga, si trasformerebbe in una mina vagante, purtroppo è abbastanza facile incontrarli il Sabato e la Domenica mattina molto presto; occhio alle Golf nere.
Sciatori: il primo particolare da osservare è la disposizione degli sci, se hanno le punte rivolte in avanti siamo in presenza di un imbranato. Ci sono poi delle differenze anche in base al tipo di disciplina praticata; ad esempio i fondisti o sci escursionisti sono automobilisti assai tranquilli e prudenti (salvo le eccezioni che conosciamo); gli sci alpinisti sono attirati dalla velocità ed in genere hanno una guida più aggressiva; infine prestare molta attenzione ai pistaioli con la tavola da snowboard sul porta sci: possono essere molto pericolosi, in particolare se tale caratteristica è abbinata alla Golf.
Architetti: peccano di presunzione e sono convinti di essere automobilisti geniali, peccato che spesso non sappiano neppure girare correttamente il volante.
Ovviamente possedere una delle auto sopra menzionate o guidare con il cappello in testa non significa essere necessariamente dei pessimi guidatori, bisogna soddisfare almeno cinque requisiti tra quelli sopra esposti per essere considerati dei potenziali pericoli pubblici.
Una volta appurata la probabile imperizia dell'automobilista che ci precede, bisognerà allungare le distanze di sicurezza ed aspettarsi di tutto, in particolare brusche frenate, come ad esempio nelle ore notturne in caso d'incrocio con altri veicoli o cambi di direzione a destra o sinistra senza uso degli indicatori; in salita su strada innevata può pure succedere dì trovare auto con le catene montate sulle ruote non motrici, con conseguente aumento dei rischi per chi segue.
Se invece intendete effettuare il sorpasso fate anche uso dei fari, eventualmente del clacson e prestate attenzione che questi automobilisti, all'approssimarsi di una curva, tengono a frenare e a portarsi al centro della carreggiata per poi accelerare bruscamente.
Se per caso, leggendo questo articolo, vi riconoscete in questa categoria d'automobilisti non vi resta che seguire uno di questi consigli:
fatevi una bella risata;
cercate di far guidare i vostri compagni di viaggio o amici;
iscrivetevi a uno di quei corsi di guida veloce che si tengono nei pressi degli autodromi.
Francesco Candiz
(ex istruttore ed insegnante di scuola guida)
Nella foto la prima auto posseduta: una meravigliosa NSU Prinz.
December 4, 2008 11:21 PM
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Tuesday November 11, 2008
Bianchino, il bambino di neve.
(Raccontino tratto da una storia semi vera).
La nostra storia si svolge in una domenica di fine inverno, nel Parco Naturale di Paneveggio e delle Pale di san Martino in Trentino.
In Val Venegia vi era ancora tanta neve e un papà, con la sua figlioletta di dieci anni, ne approfittò per fare una escursione fino alle malghe. Sua figlia era affascinata dalla neve, dal bosco e dalle crode che risplendevano di un biancore intenso.
Posteggiarono la loro piccola utilitaria e s'incamminarono lungo la valle con meta una delle malghe, aperte e gestite anche d'inverno.
Il cielo era cupo e non lasciava presagire nullo di buono e, infatti, dopo pochi minuti dalla partenza cominciò a piovere. Non avevano pensato all'ombrello! Ma per fortuna, saliti un pochino di quota, la pioggia cedette il posto alla neve che cominciò a cadere a larghe falde. Almeno quella non bagna e scivola via lungo la giacca a vento.
Camminarono per diversi chilometri lungo la stradina, fortunatamente battuta fino ad uscire dal bosco. Qui la bambina volle provare le ciaspole nuove che suo papà le aveva appena comprato. Calzatele, con l'aiuto del babbo, si avventurò fuori dalla pista battuta sulla neve profonda e candida, in direzione della malga ormai ben visibile all'orizzonte, nonostante fosse calata pure la nebbia.
In prossimità della malga, senza aspettare neppure suo papà, la bambina abbandonò le ciaspole all'ingresso e si precipitò al suo interno prendendo subito possesso di un tavolo.
Quando suo papà entrò, dopo aver sistemato ciaspole e bastoncini all'esterno, sua figlià si era già ordinata un piatto di “poenta e pastin”. Il pastin è un tipo di salciccia locale, molto saporita e un po' più magra. Il papà, invece, obiettore di coscienza, si ordinò un piatto di polenta con la tosela, un formaggio locale che viene servito fuso.
Intanto fuori nevicava sempre di più e non si vedeva più nulla. La malga sembrava un'astronave alla deriva nello spazio.
Alla fine dovettero uscire. Il papà tirò fuori dallo zaino la pala leggera da neve e lasciò che la figlia giocasse ancora sulla neve prima di imboccare la stradina per il fondovalle. Vide che la bambina cominciò ad accantonare la neve per farne un pupazzo. Suo padre la fermò subito perché non ci sarebbe stato il tempo per una simile costruzione.
La bambina non si arrese però, compattò la neve umida che aveva raccolto e creò un pupazzetto di neve, un bambino insomma, molto piccolo e trasportabile. Gli fece gli occhi con due scaglie di pigna e con un legnetto gli sagomò la bocca. Era proprio bello e visto che era bianco gli diede nome “Bianchino”. Bianchino il Bambino di Neve.
S'incamminarono lungo il fondovalle mentre la bambina teneva stretto in braccio Bianchino. Le parlava come fosse un bambino vero, era commovente vederla. Non lo avrebbe barattato neppure per mille Barbie! Ormai lo amava come un figlio. Arrivati al posteggio la pioggia aveva quasi sciolto la neve sul fondo della strada che ora era tutta di fango. Sistemarono le ciaspole e gli scarponi nel bagagliaio e poi la bambina rimase pensierosa con il suo Bianchino in braccio.
Che fare?
Non poteva certo portarselo via.
Crearono allora una culla di neve e vi posarono Bianchino.
Saliti in auto, mentre si allontanavano, la bambina continuò a fissare Bianchino rimasto tutto solo nella sua improvvisata culla di neve. Com'era d'aspettarsi, scoppiò in un pianto disperato. Il papà fermò l'auto e sua figlia scese all'istante correndo verso Bianchino. Il papà l'abbracciò e spiegò allora una cosa alla figlia per tranquillizzarla e rasserenarla.
“Bè, vedi, non c'è nulla da fare, Bianchino è fatto di neve e si scioglierà presto, ma non devi essere triste. In realtà non può morire, gli hai voluto talmente tanto bene che, vedi, forse gli hai dato l'anima. Forse un pezzettino della tua aura si è trasferita in lui e rimarrà in questo bosco fintanto che il prossimo inverno qualche altro bambino non creerà un nuovo pupazzo di neve. Allora tornerà a vivere nuovamente. Per sempre”.
La bambina fu soddisfatta della storia e risalì in auto asciugandosi le lacrime.
In realtà, il suo papà aveva intuito una cosa grandissima!
Bianchino non era affatto morto! Anzi, era vispissimo e, una volta sciolta la neve, si ritrovò a fluttuare libero tra gli alberi. Solo le persone più sensibili avrebbero potuto scorgere nelle ore più buie della notte un evanescente spiritello color indaco, saettare qua e là.
Si alternarono estati ed inverni. Spesso alle malghe, i bambini realizzavano dei pupazzi di neve, donando così inconsapevolmente nuovamente la vita a Bianchino.
Solo a un anziano malgaro vennero dei sospetti. Osservò un fatto stranissimo: dopo che veniva costruito un pupazzo di neve, i suoi malamut, abituati a dormire all'aperto con qualunque tempo, andavano a passare la notte accovacciati ai piedi del pupazzo di neve, come per cercare protezione.
Gli animali sentono cose che noi umani non sentiamo più da decine di migliaia d'anni.
Passarono altri anni e la bambina crebbe, divenne grande, studiò molto, trovo un buon lavoro e alla fine conobbe pure l'amore in un bravo giovane.
Quando fu il momento si sposarono e decisero di trascorrere il viaggio di nozze tra quelle montagne dove il suo papà la portava da piccola.
Era piena estate, un dolce tepore riscaldava tutto ed il sole donava alla natura incontaminata dei riflessi dorati. Mentre camminavano verso le malghe, raccontò al suo giovane uomo del pupazzetto che aveva fatto da bambina. Non avrebbe mai potuto immaginare quello che sarebbe successo nel giro di pochi istanti!
Bianchino era lì, invisibile, davanti a lei. Riconobbe subito l'aura dalla quale provenì tanti anni prima. Ne fu attratto come una calamita. Vide pure un'altra intensa luce color indaco brillare nel grembo della donna, una nuova vita era in lei.
Lui la percepì perché era un essere di puro spirito. Si fuse insieme a quella luce e furono un'anima sola. Bianchino ora era un essere umano. Quando nacque sua mamma lo chiamò Bianchino, in onore di quel bambino di neve che aveva creato da bambina e che non aveva mai dimenticato nel suo cuore.
Francesco Candiz
November 11, 2008 06:58 PM [edited: November 11, 2008 07:00 PM]
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Sunday October 26, 2008
Storie d'amore.
Le storie d'amore degli umani le conosciamo fin troppo bene. Sono storie contorte, dolorose, piene di incomprensioni e cattiverie, spesso uno dei due prende la fregatura, a volte, purtroppo, possono finire in un fatto di sangue e ancor più frequentemente hanno termine in una triste aula di tribunale ad arricchir avvocati.
Ma i nostri amici cani e gatti? Per loro è tutto più semplice e trasparente, seguono ciò che l'istinto, codificato nel loro DNA, comanda loro di fare. Ma proprio per questo, per la loro genuinità, fanno molta tenerezza.
Vi propongo un paio di episodi.
Molti anni fa, con amici, eravamo andati a dormire al Rif. V Alpini (m 2878), nel Gruppo dell'Ortles – Cevedale, per poi salire l'indomani il Monte Zebrù (m 3735).
La sera, dopo aver cenato, ci siamo messi a giocare e coccolare la cagnolina e il gatto siamese del gestore del rifugio. La cosa non è sfuggita al gestore, guida alpina e rude uomo di montagna. E' venuto al nostro tavolo e, intenerendosi, ha cominciato a parlare dei suoi animali e delle loro prodezze amorose.
Cominciò con la cagnolina, una bastardina, raccontando che un bel giorno sparì dal rifugio e non vi fece ritorno per la notte. Ritornò il giorno seguente stanca ed esausta. Dov'era stata? Lo si scoprì qualche mese dopo quando diede alla luce una simpatica cucciolata di esserini pelosi.
La poveretta s'era fatta tutta la Valle dello Zebrù in discesa, arrivando fino a Bormio. Li si diede alla ricerca di un cane o forse più d'uno, seguì il suo istinto amoroso e, sempre senza soste, risalì poi soddisfatta tutta la Valle dello Zebrù fino al suo rifugio.
Poi il gestore cominciò a raccontare un fatto analogo successo al suo gattone siamese.
La cosa aveva dell'incredibile, forse ci ha raccontato una gran balla, ma sembrava sincero.
Dai fatti e dagli elementi emersi, provo a raccontarla così, romanzando un po' la storia per renderla più facilmente leggibile:
Un pomeriggio, il bel gattone si era appena accovacciato sulla “sua sedia” vicino alla stufa appena accesa; anche se estate, ad oltre 2800 m di quota, verso sera inizia a far sempre freddo.
Entrò un altro umano dall'ingresso. Questo era diverso dagli altri entrati nel rifugio, conosceva il suo amico umano (uso il termine amico perché i gatti non hanno padroni), era il gestore del Rif. Pizzini.
Qualcosa però attirò l'attenzione del gatto, uno strano odore, ad un punto tale da farlo alzare dalla sedia per andare in contro all'umano. E sì! Non si era sbagliato. Dalle gambe dell'umano proveniva l'odore che hanno le gatte quando cercano gatto. Mentre si strusciava sulle gambe dell'uomo facendo le fusa, vide probabilmente anche alcuni peli della gatta rimasti incastrati tra le fibre dei calzettoni, erano un'altra prova evidente.
A quel punto i battiti cardiaci del siamese accelerarono il ritmo e una strana sofferenza s'impossessò dell'animale: era innamorato! Da dove proveniva l'umano c'era una gatta in attesa e doveva trovarla, costi quel che costi.
Prese la decisione e così, aspettò che qualche cliente gli aprisse la porta, e se ne andò per la sua missione; seguendo l'odore di quell'umano, sarebbe arrivato a destinazione.
Purtroppo per lui, l'umano non era pervenuto al Rif. V Alpini per la via più facile, ma aveva invece percorso il tracciato, più bello ma alpinistico che passa per la Cima della Miniera in mezzo ai ghiacciai dello Zebrù.
E così, senza bussola e altimetro, senza ramponi e piccozza, senza acqua e senza cibo, senza corda, moschettoni e chiodi, affrontò i ghiacciai e i crepacci, equipaggiato solo di quello che la Madre Terra gli aveva concesso: la pelliccia, un olfatto sofisticatissimo, una vista che gli permette di vedere anche con la sola luce delle stelle, degli artigli che si dimostrano utili anche per non scivolare sul ghiaccio vivo e, la cosa più importante, le famose sette vite. E probabilmente ne avrà consumata più di qualcuna in quell'avventura.
Abbandonato il rifugio il gatto si diresse verso la Vedretta dello Zebrù, la risalì tutta fino ad un'ampia sella e da questa, per roccette, risalì il ripido versante roccioso che porta sulla Cima della Miniera a 3408 metri di quota, dei cavi metallici facilitano il percorso agli umani.
Da qui il gatto scese per cresta verso il sottostante Passo della Miniera, attraversò un altro ghiacciaio (la Vedretta della Miniera), oltrepassò il Col Pale Rosse e da qui, per la Vedretta del Gran Zebrù, arrivò, ormai a notte fonda, in vista del Rif. Pizzini posto a 2700 metri di quota.
Dall'altra parte della montagna, gli amici umani del siamese erano ormai in preda alla disperazione non vedendolo più rientrare.
Non credo che il gatto sia riuscito a sentire la traccia odorosa dell'umano lungo i ghiacciai (anche se gli uomini di montagna non si lavano poi molto spesso), ma sicuramente ha seguito la traccia di sentiero lasciata dagli alpinisti sulla superficie del ghiaccio.
Superfluo spiegare cosa successe al Rifugio Pizzini: il siamese si realizzò pienamente come gatto maschio e l'amore finalmente trionfò.
L'indomani fece ritorno al suo rifugio percorrendo a ritroso l'itinerario del giorno prima.
Scendendo dalle rocce della Cima della Miniera incontrò l'umano del giorno prima che faceva ritorno al suo rifugio. Il gatto gli si avvicinò, si fece accarezzare e si strusciò sulle sue gambe. La gatta avrebbe così sentito nuovamente il suo odore. L'uomo rimase letteralmente sbalordito nel vedere proprio lì il gatto siamese. Arrivato al suo rifugio, l'uomo chiamò al telefono il gestore del V Alpini per avvisarlo (all'epoca non esistevano ancora i telefonini ed in ogni caso non ci sarebbe stato campo): “Ei, ho trovato il tuo gatto... sulla Cima della Miniera... tra poco è giù da te. E' stato a trovare la mia gatta... il furbacchione. Ciao”
Ma un umano, al posto di quel gatto, avrebbe affrontato l'ignoto? Avrebbe rischiato la morte? Forse qualcuno.
Nella foto il Monte Zebrù a sinistra e la Cima della Miniera a destra.
October 26, 2008 11:58 PM [edited: October 27, 2008 12:03 AM]
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Wednesday August 13, 2008
Vi propongo questo breve racconto (scritto da Carlo Goccioli) sul rapporto che si instaura tra cane e umano.
L'ho trovato tantissimi anni fa in un numero di "Astronomia" e l'ho conservato perché molto toccante.
Lo dedico a tutti quelli che sono sensibili verso gli animali e nei confronti degli amici cani ma anche a quelli che li disprezzano o che li abbandonano in autostrada per non rinunciare alle ferie.
(nel riquadro non è Fiorello ma un cagnolino di nome Gringo recentemente scomparso, di vecchiaia, del quale ho fatto il ritratto dedicato ai suoi padroni umani).
Buona lettura:
Fiorello - di Carlo Goccioli
Tratto da: Requiem per un cane, Rusconi, l977.
E' una mattina bellissima, c'è sole nel giardino. Cantano gli uccelli tra le fronde del pirul, tutto è riflesso verde, stanno per schiudersi le rose di Castiglia, la trasparenza dell'aria sa di sogno. Apparentemente, è la pace. M'assilla però una pena oscura, tanto più intensa in quanto è intrasferibile e, in certa misura, incomunicabile.
È morto il mio cane Fiorello. Aveva quindici lunghissimi anni e alcuni brevi mesi. Da due anni, era cieco. La morte d'un cane non altera l'universo. Continuano a ruotare pianeti ed elettroni. Questo pomeriggio, pioverà. Benché il mio cane sia morto, il mese di luglio è qui in Messico la stagione delle piogge.
Tuttavia son convinto, e non smetterò d'esserlo, che il mio cane morto era una forma splendida della vita: grave, nobile, amorosa, e pura. Son convinto, e non smetterò d'esserlo, che poche purezze in questo mondo, senza saperlo anelante all'innocenza, eguagliano quella che si scorge nei mansueti e soavi occhi d'un animale.
E non meno grave, oserei dire non meno pensosa e adulta (non meno pura: "il morire implica una determinata qualità d'innocenza", ha detto qualcuno), è stata la morte di Fiorello, conclusasi dopo una settimana di patire. Murato nella sua cecità, e visibilmente scosso dal martirio fisico (durante cinque giorni, roso dalla febbre, non riuscì a bere), il mio cane mantenne fino alla fine una dignità indescrivibile davanti all'oltraggio della morte. Solo ogni tanto, spossato, cercava le mie mani per nascondervi la testa. Dio sprovvisto di poteri, io lo guardavo ossessivamente, e un clamore di domande m'esaltava (non superavano la soglia delle mie labbra): Perché il Vero ed Eterno, arbitro dell'infinità dei poteri, permette questo scandalo, il dolore d'un innocente'?
Rispondo:
Forse perché un uomo come me senta ciò che sto sentendo ora: l'angoscia sublimatrice dell'amore?
Scriverò qualcosa che non sarà facile credere: tanto era il suo patire, che una mattina Fiorello cercò di distruggersi gettandosi (deliberatamente, io lo so) dal primo piano. Povero dio sprovvisto di poteri, e crucciato da arroganti domande, io m'ostinavo a non rispettare il suo diritto a morire.
Chiamavo un veterinario dopo l'altro, gli facevo punture, gl'introducevo liquidi nelle gracili vene, lo forzavo a ingerire sciroppi, pastiglie. Con la sua pazienza illimitata (la sua maniera, suppongo, di restare dignitoso nel naufragio della carne), lui, che era stato un cane fierissimo, accettava ogni cosa. Io dalle mani impotenti non ero il suo dio? Ma, dopo una notte interminabile, è chiaro che quella mattina non poté più sopportare. Salì traballando fino alla cucina del primo piano e, da una porta al livello del pavimento, si lasciò cadere giù in giardino. Lo raccolsi sulle pietre. Ansimante, mi s'abbandonò fra le braccia come se già fosse morto.
Fu la notte di quello stesso giorno che all'improvviso uscì dalla vecchia cesta da fornaio, sua da oltre quindici anni, e si stese sul pavimento della stanza dove lavoro. E respirava forte: greve afflizione, spossatezza d'essere, umiltà, mansuetudine... Così esposto sul suolo, mi sembrò che si stesse offrendo in pienezza: "Concedimi di morire!", mi pregava. Era la sua estrema lezione.
Accettai allora che gl'iniettassero nel ventre una sostanza velenosa, e gli mantenni la testa fra le mie mani inutili, stringendola con furia, finché non morì. Com'era piccolo quando smise di respirare! Vidi che gli usciva l'anima dai denti minuti, scoperti appena, quién sabe, per facilitare il passaggio (o per ringhiare alla morte?).
Involto in un cencio, lo deposi sul divano della mia stanza, e mi sedetti accanto a lui.
La mattina dopo, lo seppellii nel giardino, che le piogge dell'estate messicana colmano di verde e di fiori, con uccelli che cantano, farfalle esitanti, lucertole. Ma quale mai poesia di natura mi consolerà della morte di Fiorello amato?
Durante più di quindici anni, io non ho conosciuto presenza più dolce, più fedele, più intima, più discreta, più armoniosa. Abbiamo camminato insieme, di notte, sui marciapiedi avari delle strade fiorentine, pietra che è ostile, talvolta, fino alla perversità. M'ha accompagnato a Cuba e in Portogallo e in Belgio e in Spagna e negli Stati Uniti e in lunghissimi viaggi per mare; ma per lui non v'è stata geografia, né v'è stata cronaca, fuori di me. Ha vissuto con me nel grigio appartamento di Montmartre, quarantadue metri quadrati di mestizia. Non dico, sarebbe esagerare, che abbiamo pianto insieme: ho però la certezza che infallibilmente sentì le mie lacrime. Felice l'uomo che sa piangere, che sa ridere, vicino al suo cane!
Gli piaceva sdraiarsi sotto la mia tavola di lavoro ed ascoltare tranquillamente il ticchettìo della macchina da scrivere. Interrogo diligentemente la mia memoria: non mi causò, no, un solo fastidio. M'aveva consegnato l'anima, ma non violò mai il nostro rispettivo diritto a una parte privata. Non rinunciò un istante a quell'incredibile dignità sua: il segreto reame della sua innocenza, la purezza. M'ha dato più che la maggioranza degli esseri umani. Nella misura in cui mi trasmise benevolenza, non m'allontanò dai miei simili: m'avvicinò ad essi. E m'ha insegnato (non giurerei, Fiorello, che davvero tu ci sia riuscito) un modo di vivere in equilibrio con l'essenziale: limpida incarnazione della natura, il mio cane mi comunicò più spirito d'amore, paradossalmente, che i savi di questo mondo con cui, vivi o morti, son stato o sono in contatto.
Ed ora? Ora eccomi solo, e mi si fanno lunghe le notti, e le pareti di casa trasudano melanconia. Mi consolo (male) col dirmi che, se qualcosa rimane di quel che visse, e qualcosa rimane, qualcosa rimane!, Fiorello non s'è diviso da me. In una dimensione meno incomprensibile di questa, un giorno ci rivedremo.
Nell'attesa (il verbo spagnolo esperar vuol dire attendere e sperare), non mi stacco dalla macchina da scrivere, qui davanti alla finestra che mi consente, cane amato, di scorgere il giardino in cui starai fino alla risurrezione d'ogni carne. Questi tasti tormentati dalle mie dita devono aiutarti, col loro monotono rumore, a riposare; e vedere il giardino dove tu stai aiuta me nell'opera, non illusa ma pervicace, di tutti i giorni; e a non stancarmi d'essere.
Tra le fronde del pirul canta una moltitudine di uccelli; dappertutto, riflessi verdi; e nuovamente si accendono le rose di Castiglia, fuoco discreto. A1 piano di sopra vagola Adelaida, la docile imperatrice di Germania, con le scope e i catini; m'ha espresso cerimoniosa le sue condoglianze. Introducendosi l'indice della mano sinistra nell'orecchio destro, e col medio della mano destra raschiandosi gli anneriti denti, affogata in timidezza, disfatta in penare, m'ha detto con un filo di voce: "Le doy mi mas sentido pésame por la muerte del pobrecito de Florero". I1 florero, vaso da fiori, eri tu, che dileggiando trionfavi.
Dimorando in me, ora è Fiorello, il mio Fiorello morto, che dice (io lo sento):
Non t'avevo annusato ancora, quel giorno sprovvisto di giorni anteriori, e già vedevo il tuo volto: amai la tua inquietudine. Mi sentii indispensabile; in tal misura, cominciai a essere. T'eri chinato davanti alla gabbia in cui, prima che principiassi, mi s'imprigionava. E tu di dove procedevi: dal medesimo arcano dal quale sgorgavo io? Non contano eccessivamente gli occhi nella vita carnale d'un cane e meno, reclusi com'erano fra mille milioni di peli, essi hanno contato per me: ma quanto e quanto ti vidi quel giorno sprovvisto di un ieri! Inquieto sole, mi scaldasti. Subito il saggio odorato confermò ciò che aveva intuito la mia fiamma improvvisa, fiamma d'amore, e lo moltiplicò. Non c'era in te cosa che non fosse mia. Affinché mi tenessi fra le tue braccia, mi lasciavo sollevare, quand'ero piccolo, dal suolo; in certo modo abdicavo alla mia dignità, ma che caro abbandono! Le tue labbra dolci, ridendo, mi solleticavano il petto. Rinunciammo entrambi, più tardi, alle intimità: rimase gloriosa la nostra solitudine a due. Tale era l'identificazione che, da te protetto, bramavo io protegger te: forse per colpa del tuo viso inquieto?
Mi piaceva il tuo nome: "Carlos, Carlos!"; e, benché mozzata, nell'udire il tuo bel nome mi danzava la coda. Fra te e me non c'era soluzione di spazio: eravamo uno. Dormivamo insieme: sognavo quel che tu sognavi. Perché mi comprendessi, non sono mai stato costretto a emettere assurdi suoni: eravamo uno.
Che aureola il tuo viso inquieto! Spesso ti sentivo talmente fragile che invidiavo, per ripararti in me, il gigantesco alano in cui una domenica c'imbattemmo nella piazza di Querétaro, e poco mancò che l'imbecille mi spezzasse in due. Una domanda: che cosa avveniva esattamente le volte in cui, di colpo o a culminazione d'una lunga o breve tristezza, tu non eri tu, ma un altro? Non mi riferisco a quando piangevi: non mi ha stupito mai il tuo pianto, dato che nella tua forma, nella tua avventura d'essere, le lacrime sono normali, e il mio silenzio d'altronde piangeva con te; no, alludo alle ore in cui la casa si riempiva d'un odore intollerabile, odore di vuoto, e nell'incomprensibile afflizione che m'afferrava avvertivo l'irrompere, fra te e me, dello spazio. Camminavi barcollando; la luce che ti racchiudeva non era più quella del tuo inquieto sole abituale; e non mi vedevi: tu non vedevi me! Per impotenza, avrei voluto cancellarmi, giacché non speravo nessun miracolo capace di convertirmi nel gigantesco alano di Querétaro sì da ripararti in me. Eri differente. E, nella differenza, un'isola. Ti sdraiavi sul letto, solo; io, solo, restavo a vagare lì; due solitudini. Però una volta mi chiamasti, "Fiorello!" con la voce o col pensare, quién sabe; udii il mio nome, "Fiorello!", e saltai sul letto al tuo lato. Nonostante l'odore abominevole che t'avvolgeva, mi raggomitolai, più gigantesco dell'alano di Querétaro, presso il tuo petto immiserito. E non so se con la voce o col pensare mi dicesti: "Aiutami, Fiorello, contro questa persecuzione di..."; non terminasti la frase. Ah, ma dalla limpidità, dalla semplicità che mi circonda ora, devo dirti che capii: sì, giunsi a intendere, sebbene vagamente, la natura di quel che ti braccava.
Dalla limpida, semplice dimensione in cui sto ora, dove non vi sono occhi, non v'è odorato, dove non c'è nemmeno una coda da scodinzolare, né bisogno d'essa, devo dirti che quel che ti braccava era un'intuizione, era un'angoscia del nonessere. Chè in definitiva la tua inquietudine, quella per cui t'amai, non era forse la coscienza, sporadica ma insistentemente ritornante, d'una minaccia: un attacco del Nulla, il Nulla che ti mordeva? Col mio sangue caldo cercai, quella volta, di strapparti dalla sfera ostile: "Io esisto, tu esisti!", ti dissi, ti trasmisi; e te lo ripetei finché non ti vidi rasserenato. Dalla regione di chiarità in cui sto ora, dimensione perfetta, e non effimera, ti confermo che ti braccava una menzogna. Una menzogna, una menzogna: perché tutto, non-spazio e non-tempo, tutto è pienezza di presente: non c'è vuoto né c'è durata. Non c'è morte. Vuoi una prova? Non ti basta che continui ad amarti?
Tratto da: Requiem per un cane, Rusconi, l977.
August 13, 2008 02:07 PM
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